Questo è il testo di un mio  intervento al convegno  "Linguaggi di realtà" organizzato Da Gerardo Guccini e tenutosi al Dams di Bologna negli scorsi mesi…

 

 

Io vi voglio raccontare che cosa succede dentro la testa di uno che comincia ad essere affascinato dalla realtà. Che non è una cosa così semplice. Né così scontata.

Perché molti di noi si sono formati artisticamente in un tempo dove, al di là delle ideologie dominanti dell'epoca, l'arte non era molto amica della realtà.

Ognuno di noi pensava che l'arte dovesse essere lo strumento anche per irridere la realtà, per trasportarci fuori, lontano, in mondi meno segnati dalla norma e della banalità della vita piccola e medio borghese.

Molto del percorso delle avanguardie forse può essere letto anche così, come una dichiarazione di insofferenza rispetto alla realtà, che sembrava riconfermare il mondo e i pensieri prigionieri delle norme sociali.

Per cui, magari, sul piano delle idee, ci si dichiarava molto interessati alle vite reali, ma, dentro l'anima, si chiedeva all'arte di essere strumento di esplorazione di altri mondi, tangenti alla realtà, più liberi e più fantasiosi.

Immaginazione al potere, fantasia al potere, erano frasi che sembravano riconoscere a queste due facoltà la capacità di esprimere, in sé, altri livelli di vita, di esistenza, dentro una liberazione della creatività che si dava come paradigma di una liberazione complessiva dell'umano.

Per questo, più che i linguaggi della realtà, molti di noi, nella propria formazione artistica, hanno frequentato i linguaggi della visione, del sogno, della riscoperta del corpo originario e organico, della provocazione spiazzante, degli slittamenti di senso.

Se Alice ti era vicino, era necessario comunque passare con lei, oltre lo specchio. Tutto il resto rischiava la consuetudine, la noia. Rischiava sopratutto di non essere nuovo.

Così, quando ho cominciato a fare spettacoli, sinceramente, non ho pensato a un gran rapporto con la realtà. Come tutti ero molto in rapporto con il mio mondo cosiddetto interiore, che dopo la grande sconfitta dei movimenti politici degli anni '70, sembrava che solo quel rapporto potesse ridare verità e significato alle pratiche e alle vite. E così ho fatto, per molto tempo. Poi, però, mi è successa una cosa.

Se ripercorro questo mio percorso, è per vedere se può avere qualcosa a che fare anche col percorso di altri.

Succede che arrivo in Nicaragua e, dopo parecchi viaggi, mi ritrovo davanti a dei bambini di strada. Vicino a me c'è un amico, che fa il giornalista, e un po' per scherzare si butta lì la proposta: ma se ci facessimo un libro?

All'inizio penso: va bene. Ma penso anche che questo sarà testimonianza civile, al massimo, che non c'entrerà niente con il mio percorso artistico. Nella testa ho molte immagini, di altri libri, di altri pamphlet della solidarietà.

Che cosa si fa quando si aderisce, coi mezzi della scrittura, a un progetto di solidarietà? Tu hai l'immagine che farai un libro dove raccoglierai un po' di interviste agli operatori, un po' di fotografie, qualche testimonianza.

Poi, concretamente, comincio ad intervistare due bambini di strada e quell'esperienza, quel rapporto, quelle parole mi travolgono. E immediatamente mi dico: no, il libro dovrà essere qualcosa di diverso.

Non l'ho ben chiaro, in quel momento, ma per la prima volta, vedo, dentro la vita di una persona in carne e ossa, più di una persona, vedo la presenza di grandi personaggi, di grandi archetipi, di figure mitiche. A me questa cosa non era mai successa. Per cui mi dico: io queste persone, questi racconti, non li ingabbio nella struttura della testimonianza. Faccio i conti fino in fondo con la potenza narrativa che queste persone, questi racconti, esprimono.

Non lo sapevo, ma la divisione tra realtà come territorio del conosciuto e fantasia come territorio dell'invenzione, dell'inaspettato, per la prima volta s'incrina. Perché, quando sento i loro racconti, sono quei bambini l'inaudito. Quei racconti spingono verso gli universali, a un certo punto me li vedo apparire davanti tutti, come tanti Pinocchi contemporanei.

Allora penso: certo, sono bambini di strada, stanno lontani, vivono in un altro continente, è chiaro che ti scatta qualcosa, sarà anche il fascino della distanza, della condizione estrema.

Intanto, però, su una categoria che è quella della fantasia, della fiction, comincio ad avere alcuni dubbi. Perché solo a voler essere ciechi e sordi è possibile non vedere che quel territorio, che a noi sembrava quello della libertà creativa, della liberazione della soggettività al suo livello più alto, dell'invenzione artistica, è diventato altro.

Che la creazione degli immaginari è diventato compito dell'industria culturale, anzi è diventata una delle più grandi industrie al mondo, per importanza, per dimensioni, per fatturato. Che anche gli immaginari si sono globalizzati, andando al passo con l'economia, o meglio, essendo parte importante dell'economia globalizzata.

Che non si sente più nessun respiro di libertà, in quella creazione, ma si legge il lavoro accurato degli uffici marketing.

Poi mi succede un'altra cosa. Io sono, come tante altre persone, a Genova, nel 2001, nei giorni in cui si prende un sacco di legnate, durante quei tre giorni famosi del G8.

Quando torno a Milano, mi chiedono di scrivere delle poesie per una mostra sul G8. Le scrivo. Ma, nonostante la forma, la mostra rimane dentro a una sorta di ideologia militante.

E, cosa strana, non per eccesso di realtà. Per mancanza di realtà. Perché non basta di per sé pubblicare una foto per restituire realtà. Ci vuole il coraggio di pensare che quella foto non sia lì per confermare un'idea data, ma al contrario, per aprire una riflessione che non ti aspetti.

Per cui, finita la mostra, mi ricordo che, a Genova, ero rimasto colpito da un gruppo di ragazzine di sedici, diciassette anni, che giravano tra le tende e organizzavano in maniera frenetica tutto l'accampamento dello stadio. Mi interessava tantissimo proprio quella storia, di quelle ragazze così piccoline e così attive. Comincio a intervistarle. E due! Ritrovo, per la seconda volta, dietro i racconti, grandi vite, grandi emozioni, grandi personaggi.

Ma, ancora una volta, mi prende il dubbio che questo possa funzionare solo in situazioni eccezionali. Che sia dovuto all'importanza dell'avvenimento di cui loro parlano. Che sia dovuto al loro essere non bambini, come in Nicaragua, ma comunque adolescenti, che si portano nel sangue il dna dell'eroe.

Comunque la porta è aperta, e con meno timore comincio a muovermi nei campi dell'inchiesta. Mi ritrovo a Lecce e metto a fuoco la condizione di un Sud contemporaneo, fuori dagli stereotipi e dalle retoriche del tipico e del primitivo.

Quello che succede è che, da certi punti di vista, io comincio a muovermi come un giornalista, e, anche, che alcuni giornalisti cominciano a interessarsi del mio lavoro. E io del loro.

 

Cos'è davvero strano in quell'incontro? Che quando parlo coi giornalisti loro mi dicono: bisogna fare qualche cosa che ridia alla gente la realtà. Porca miseria, ma cosa vuol dire detto da un giornalista? Ma i giornalisti non sono i tutori della realtà?

Matteo Scanni è un giornalista, é anche il direttore della Scuola di Giornalismo della Università Cattolica di Milano. Lui dice che tutto quello che noi leggiamo, attraverso i giornali e il giornalismo, è un'immagine sintetica, volontaria e intenzionale del mondo, che non ha nulla a che fare con la realtà.

E un altro mio amico giornalista, Angelo Miotto, una delle voci storiche di Radio Popolare di Milano, un giorno mi mostra l'elenco delle notizie di agenzia che, ogni giorno, arrivano sul tavolo di qualsiasi giornalista.

Poi, per gioco, mi fa vedere, il giorno dopo, il giornale che poi concretamente esce, a partire da quelle notizie.

Io mi rendo conto che sul giornale trova visibilità un centesimo delle cose successe quel giorno, che ci sono dei criteri molto precisi di scelta, con interi continenti che spariscono, intere zone dell'esistenza e intere condizioni che non vengono rappresentate.

Comincio a capire perché la realtà non sia qualcosa di dato, perché sia diventata un territorio affascinante d'indagine. Perché non solo non è scontata, ma sopratutto perché, normalmente, appare nascosta, velata, non la conosciamo, è una conquista, la realtà.

Noi non viviamo dentro la realtà, mi accorgo a un certo punto, viviamo dentro una presentazione della realtà.

La realtà è lontana, è un terreno da conquistare.

Per questi motivi, io, Angelo, Matteo, ci mettiamo a fare uno spettacolo in cui lavoriamo sul giornale che esce il giorno stesso in cui andiamo in scena. Insieme col pubblico lo rivediamo, comparandolo continuamente con tutte le notizie che sono giunte nelle redazioni, anche quelle non pubblicate. Lo spettacolo smette di essere rappresentazione e diventa performance, lavoro concreto di analisi, condiviso con il pubblico.

I bambini di strada di Managua. Le ragazzine di Genova. Le notizie visibili e quelle invisibili.

Io, da queste esperienze imparo alcune cose importanti. Intanto, che quella struttura dell'intervista, la presenza del testimone, è qualcosa di importante. Perché ho capito che dietro ogni vita c'è una storia, che dietro ogni vita c'è un personaggio, che c'è un grande spazio creativo nell'ascoltare la storia di tutte le persone, e, quando dico di tutti, dico veramente di tutti.

Perché il grande spazio creativo è trovare la metafora nella vita di un altro, trovare la grande storia che sta nascosta anche nelle vite che non sono quelle eroiche, anche nelle vite molto normali.

È la scommessa del prossimo spettacolo “Report dalla città fragile”, su cui lavorerò con Pietro Floridia: dare universalità e forza poetica alle vite apparentemente minime di ragazze che fanno stage in studi di pubblicità, di una precaria della scuola, di un manager, di una persona che ha subito un mobbing.

La seconda cosa che ho imparato è quanto questo rapporto con la realtà sia scomodo e difficile. perché, delle volte, la realtà ti scappa dalle mani, continuamente. Sensazione di non stringere, di non riuscire ad afferrare niente. Faccio un esempio. Io vivo a Milano. E adesso io lavoro in Via Padova, una delle zone più famose in Italia per il casino che c'è sui migranti.

Il primo approccio che ho avuto lì, non è stato semplice. La realtà non si è subito data. Ero talmente tanto connotato io, come bianco, come operatore artistico, ed erano talmente connotati i migranti che stavano di fronte a me, che noi, il nostro livello di realtà, abbiamo dovuto conquistarcelo giorno dopo giorno, incontro dopo incontro.

Perché avevamo così tante definizioni, tante concettualizzazioni, tante immagini sintetiche l'uno dell'altro nella testa, che abbiamo dovuto scavare e togliere moltissimo.

E lì mi si é confermata la convinzione, nata parlando anche coi miei amici giornalisti: che la realtà è una conquista, è un corpo a corpo duro e doloroso che devi fare per cercare di togliere le maschere, dalla realtà.

C'è una cosa che fa capire ancora meglio e che mi piace sempre raccontare. C'è una storia che racconta Daniel Pennac, a proposito della realtà, e di come il rapporto non sia scontato.

Lui, una volta, lavorava con degli adolescenti in una banlieue parigina, in un quartiere di periferia. Va lì e ha l'idea di dare una telecamera in mano a un ragazzo e dire: fai l'intervista a un altro ragazzo.

Partono le interviste e questi ragazzi arrivano e recitano. Mettono in scena le facce e gli atteggiamenti giusti per una banda di duri metropolitani di sedici anni che vivono in una periferia estrema di Parigi.

Poi chiama i ragazzini davanti al televisore e fa vedere le interviste. Appena appare uno, tutti cominciano a ridere, anche eccitati all'inizio. Ma poco dopo le risate si spengono. Quello che si vede é troppo finto, troppo esagerato, quasi una caricatura. Fa anche un po' tristezza. C'è imbarazzo. Qualcuno comincia addirittura a stufarsi di guardare.

Allora, quasi in silenzio, succede una seconda cosa interessante: viene ridata la telecamera ai ragazzini, si fanno delle seconde interviste. E lì cominciano a uscire storie di famiglie, di difficoltà reali, di cazzi amari che ognuno sta vivendo.

Per dire che, ancora una volta, la realtà è un grande terreno di sperimentazione, di indagine, che è tutto meno che una cosa che sta lì e che tu, pedantemente, prendi.

E che oggi, il narratore, o l'attore, o lo scrittore, a differenza del passato, non è quello che padroneggia perfettamente le storie, ma che lotta per incontrare la realtà delle storie e che, facendo questo, si ferisce con esse.

Io non posso dire: adesso racconto Pacha del Nicaragua, domani racconterò Genoveffa che sta in Camerun.

Perché ogni storia che cerchi, ti scheggia, ti scheggia dentro. Non esiste più una tecnica, una grande capacità manipolatoria, che ti permetta di raccontare tutto, c'è un corpo a corpo con la realtà e il mostrare la tua ferita nel cercare, nello stare in rapporto con la realtà, perché tutti siamo fatti a strati e tutti, a modo nostro, siamo virtuali. Sono percorsi straordinariamente interessanti, pieni di debolezze e ferite, e dall'esito non scontato.

 

Ho parlato dei molti modi in cui si è articolato nel tempo il mio rapporto con la realtà, questa è entrata nei miei spettacoli in molte forme: con le interviste, con delle foto, con delle cartine, con le registrazioni dei testimoni.

Chi ha visto Pacha, che ha la regia di Pietro Floridia, sa quante cose, strati, elementi concreti di realtà, entrino nello spettacolo.

In tutto questo, c'è una realtà, di cui raramente si parla, che io continuo a ritenere la più importante di tutte: quella dello spettatore.

Perché dentro lo spettacolo c'è sicuramente tutto il precipitato di realtà con cui sei venuto in contatto. Ma c'è anche, potentissima, la realtà della presenza dello spettatore. Del rito, che si svolge in quel momento.

E non mi sembra più possibile avere come contenuto dello spettacolo la realtà e come forma la finzione, l'essere senza luogo del teatro, l'idea che lo spettacolo sia un'unità fissa e immodificabile, che non si plasmi e trasformi ogni sera in contatto con lo spettatore. Che non diventi, di nuovo, un rito di realtà.

Anche il rito teatrale, oggi, è diventato, a volte, molto virtuale. C'è da interrogarsi su com'è lo sguardo di chi va a teatro; c'è da interrogarsi su quante volte la gente entra in teatro come se andasse a vedere un programma televisivo, per pura necessità di presenza, o solo per curiosità di vedere dal vivo quella persona conosciuta sul piccolo schermo.

Credo che dovremmo ridare dignità di realtà a questo incontro, che avviene a teatro, e che questa sia una cosa molto molto forte, molto importante, che non si possa scappare dal problema della realtà dello spettatore. Del restituire senso alla sua presenza.

Ultimamente, penso a lavorare con dosi sempre maggiori di realtà. Ma l'ultima cosa a cui penso è a un processo pedante di osservazione, perché non esiste più uno sguardo sulla realtà che possa essere puramente di osservazione, o di documentazione, o di trascrizione.

Guardare alla realtà è riscoprirsi e trasformarsi ogni giorno dentro la realtà che osservi.