“Fuori Via” al Teatro Franco Parenti di MIlano

dal 22 al 24 marzo e dal 2 al 7 aprile, feriale 20.45, festivo 18.30
dal 16 al 18 aprile
ore 21.15 dal 23 al 28 aprile feriale 21.15, festivo 18.30

FUORI VIA di e con Gigi Gherzi regia Maurizio Schmidt

Produzione Teatro Franco Parenti

Teatro Franco Parenti via Pier Lombardo 14, Milano – Biglietteria 02 59995206 

biglietteria@teatrofrancoparenti.it – www.teatrofrancoparenti.it

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dal 22 al 24 marzo e dal 2 al 7 aprile, feriale 20.45, festivo 18.30,

dal 16 al 18 aprile ore 21.15 dal 23 al 28 aprile feriale 21.15, festivo 18.30Cerveno-Simoni-ragazzoFUORI VIA di e con Gigi Gherzi regia Maurizio Schmidt 

Produzione Teatro Franco Parenti

“Fuori via” è una espressione lombarda molto cara a Testori che diceva, a proposito della sua passione militante per l’arte lombarda, di aver fondato il gruppo dei critici Fuori Via, di cui era presidente essendone anche l’unico partecipante.
Il testo avvia il delicato svolgimento dei fili di una memoria intima e familiare e sullo sfondo dei ricordi infantili di una antica visita al Sacro Monte di Varallo Sesia, sviluppa un dialogo immaginario sull’oggi con Giovanni Testori, un sogno e un gioco teatrale carico di affetto ed ironia.

 

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Materiali di studio per lo spettacolo “Fuori Via”

Da molto tempo ho un sogno: in uno spettacolo parlare di Giovanni Testori. O meglio, parlare con Giovanni Testori. Che ci mettiamo lì, su due sedie, e ci raccontiamo come davvero è andata. Con io che, senza troppe parole, gli racconto qualcosa di come va l'arte,e anche, di come va la vita oggi. Con lui che tira fuori pensieri segreti, riflessioni sue di un tempo. Con io che m'accorgo che quello che sta dicendo mi aiuta a capire il tempo, il mistero, il respiro dell'oggi.

E nel mio sogno c'è tanta gente che ascolta, che avvicina la propria sedia a quelle due sedie di bar, facce, tante, una piccola chiamata a raccolta, per parlare insieme di cose importanti e di pezzetti di storia, delle emozioni lievi e dei buchi neri, delle fedi e degli scoraggiamenti. Senza dimenticare di salutarsi, prima e dopo, e di darsi un appuntamento. Per l'oggi, l'agire dell'oggi, l'arte dell'oggi.

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La recensione di Renzo Francabandera a “Report dalla città fragile”

La città fragile di Gigi Gherzi – videoreport

17 febbraio 2013 Da paneacqua culture-www.paneacquaculture.net

prove spettacolo di Gigi Gherzi al Teatro LaCucina all'ex Paolo PiniRENZO FRANCABANDERA | Può uno spettacolo definire un’architettura dell’emotività attraverso l’interazione fra il pubblico e le creazioni artistiche che i curatori hanno preventivamente realizzato, suscitate dall’attività di studio e preparazione?

Il mosaico di luoghi dell’immaginario scelti fra le decine di quadri emotivi disponibili e portati sulla scena dagli spettatori stessi, appuntando parole, frasi, idee sul sentirsi pensiero debole dell’oggi in Report dalla città fragile di Gigi Gherzi, è davvero così immaginario o non finisce poi per comporre un’identità sociale assai vicina a quella che profondamente la contemporaneità genera? La città fragile di Gherzi/Floridia è un tentativo che si muove in questo ambito di indagine.

Liberamente tratto dal romanzo Atlante delle norme e dei salti dello stesso Gherzi, Report vuole creare una geografia dell’emotività liquida, sempre più soffocata da ritmi incompatibili con l’acquisizione di sicurezze, di spazi e tempi idonei a garantire la serenità dell’individuo nel suo agire sociale. Sempre più pressato da obiettivi, scadenze, aspettative, il tipo normale si trasforma ben presto in “normaloide”. E’ questa la parola venuta fuori dalla videochiacchierata con Gherzi nelle sale del Franco Parenti e di cui vi diamo conto oggi, e che ha continuato poi a frullarmi nella testa per giorni.

Perchè il confine è sottile. E tutti siamo lì, al bordo. Il passo che separa tutti noi da quel mix letale di ansie, aspettative mancate, obiettivi ingestibili è quello che in questo spettacolo Gherzi indaga, ideando alcuni personaggi, vocaboli, ambientazioni mentali di natura archetipica, arricchiti dal feedback del pubblico, che diventa poi alimento per i successivi visitatori.

Sicuramente l’impianto del progetto teatrale ha un sapore Anni Settanta, sia nel richiamo delle creazioni all’arte povera, kantoriana, sia nel tentativo di riscoprire un rapporto con il pubblico,  una strada di indagine interessante se arricchisce sia chi è al di qua che chi è al di là della quarta parete, e se in qualche caso è anche capace, se non del tutto almeno in parte, di abbatterla.

Gli spettacoli basati su questo rapporto con l’uditorio rimangono sempre perfettibili, e forse perfetti non diventano mai, ma possono essere di  stimolo. E l’insieme di creazioni artistiche e impianto scenico realizzato da Gabriele Silva, Luana Pavani e Pietro Floridia, che dirige lo spettacolo, appare un ambiente fecondo, non nuovo al teatro ma che da diversi anni non veniva proposto con un’organicità e una coerenza interna così forte. Forse questo è anche un po’ un limite per la parte di improvvisazione su cui il recitato dovrebbe per larga parte basarsi, ma tant’è: sarebbe assurdo se uno spettacolo sulla fragilità fosse un prodotto di indistruttibile compattezza e non di friabile malleabilità, penetrabilità, umanissima imperfezione. L’indagine appassionata, la creatività di chi ha lavorato al Report, valgono la fruizione. Di seguito l’intervista realizzata con Gherzi per PAC.

http://youtu.be/ECEvhD7oD2k

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Fare meglio, fare meno, di Renato Gabrielli

E’ una crisi ben strana, questa, per noi che lavoriamo in teatro. Mancano i soldi ma, paradossalmente, si produce sempre di più, sempre più in fretta. C’è un’ansia diffusa d’esserci ancora, di dimostrarlo, di segnare il territorio. L’iper-produttività si accompagna a enormi difficoltà di distribuzione (questo vale anche per altri settori artistico/culturali – si pensi, ad esempio, al congestionatissimo mercato dei libri). Il pubblico appare frammentato, imprevedibile, sfuggente. Nulla è cambiato nella gestione di sovvenzioni pubbliche in calo costante, mentre sul versante privato trionfano il marketing e corto-circuiti promozionali con la televisione. Il web offre qualche nuova opportunità, difficile però da cogliere nell’aumento esponenziale della confusione. La fiducia che dal versante della rappresentanza politica possa arrivare qualcosa di buono è pari a zero. Chi ha tempo da perdere può dare un’occhiata qui alle proposte in ambito culturale dei  candidati premier, o forse di loro ghostwriter sottopagati che le hanno buttate giù nei ritagli di tempo. Le risorse per la cultura saranno, malgrado queste pigre promesse, ridotte ancora – più  lentamente, se vince il centrosinistra; in modo più rapido e disastroso negli altri casi. Anche per questo motivo, tra tanti altri, andare a votare tra due settimane sarà un esercizio estremo di ginnastica del menopeggio.

Il problema è che pensiamo tutti a come uscire dalla crisi, mentre bisognerebbe entrarci davvero, nella crisi, e fino in fondo, ripensando al nostro modo di operare nella certezza che nulla sarà più come prima. E, tanto per cominciare, dire basta all’iper-produttività, all’eccitazione da finto nuovo. Fare meglio. Fare meno. Valorizzare quel che si è già fatto. Dalle discussioni con amici e compagni d’arte negli ultimi mesi emerge con sempre più forza il desiderio di rimettere al centro il repertorio – sperimentando forme di continuità del lavoro teatrale adeguate ai tempi. Mentre i teatri stabili hanno ormai di stabile solo le loro dirigenze, e il più delle volte ammazzano sadicamente in culla begli spettacoli appena partoriti, è tra le piccole compagnie e gli spazi indipendenti che si fa strada la consapevolezza che solo attraverso la ripetizione, la ripetizione e la ripetizione il fare teatro acquista senso e qualità. Dato che le teniture lunghe su palcoscenici tradizionali sono spesso impraticabili dal punto di vista economico, ci si prova a inventare delle forme di sensata “agilità” produttiva e distributiva, per esempio con lavori a basso costo e minimo ingombro scenografico, che si riallestiscono periodicamente in spazi diversi, magari convocando il pubblico sui social network; o rivisitando generi antichi, come l’avanspettacolo o la pubblica lettura, che consentono a ogni nuova “serata” di effettuare variazioni sulla base di repertori consolidati. Si comincia, timidamente, a pensare di “fare rete”, affinché simili iniziative si rafforzino a vicenda invece di farsi tra loro concorrenza al ribasso.

Lavorare per la continuità – nella relazione tra artisti e segmenti di pubblico, nel pensiero critico tra artisti, nell’auto-formazione e nella trasmissione delle tecniche – significa per me remare controcorrente, ma nella direzione giusta: è opposizione non retorica, concreta, costruttiva, alla politica culturale che ha trionfato negli ultimi decenni, centrata sul culto dell’”evento”, sull’affannosa creazione di piccoli choc pseudo-rivoluzionari che non cambiano nulla, su un ideale di visibilità ininterrotta e infelice, in cui si smarriscono le prospettive e la memoria.

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